Piloti per un giorno con la Riding School di Luca Pedersoli
(Credits: Matteo Rodorigo)
La sveglia suona all’alba e gli occhi aperti buttano il loro primo sguardo alla finestra: la luce che filtra è già chiara e vira al giallo. E’ il buon segno che aspettavo. Giù dal letto e via di sotto per la doccia e la preparazione dell’equipaggiamento: mezz’ora in tutto e sono già in auto direzione Castrezzato, in Franciacorta dove, sull’omonimo circuito ha sede la scuola di pilotaggio che mi ospiterà per l’intera giornata e avrà come missione trasformare il motociclista della domenica in un animale da cordoli.
L’”istituzione” deputata a fare questo miracolo si chiama - nomen omen – Riding School ed è stata fondata cinque anni fa da Luca Pedersoli, tester e pilota professionista di lungo corso. E’ l’unica, nel suo genere, a schierare, tra le fila dei suoi istruttori, una quantità davvero imbarazzante di piloti – in attività o meno – del Mondiale o comunque di campionati di alto livello nazionale ed europeo.
E’ proprio quest’aura di professionismo/professionalità che si respira già al momento di sbrigare le pratiche amministrative preliminari che dà la misura di quanto il corso si differenzi da qualunque altro suo simile: volti lo sguardo a destra e incroci Ivan Goi, ex pilota del Motomondiale in 125, che si appresta a indossare tuta e casco, giri l’angolo e ti ritrovi a dare il passo a Marco Borciani, pilota e team manager nel campionato Superbike, sali in moto e attorno a te un crocchio di tester tra i più titolati del panorama mediatico nostrano.
STEP 1: TUTTI IN AULA – Indossata la tuta è il momento della teoria e anche in questo caso ci si trova di fronte a un mostro sacro delle gare in moto, quel Luca “Broncos” Conforti dal passato nel mondiale SuperSport e dal presente nell’italiano Superbike. Il brief dura poco più di mezzora e affronta i principali temi che precedono e accompagnano un’uscita in pista, dall’abbigliamento tecnico alla messa a punto della moto, dalla postura in sella al comportamento da tenere nelle varie fasi della guida sportiva.
Finita la lezione è il momento di fare sul serio. A differenza della stragrande maggioranza degli altri allievi, non parteciperò con la mia moto personale, bensì salirò su un esemplare un po’ particolare. Faccio fatica a rendere a parole l’idea della sorpresa al momento di constatare quale genere di mezzo avrò a disposizione: attendevo un vissuto esemplare “da battaglia”, tipicamente da noleggio, e mi ritrovo tra le mani una vera moto da corsa, una splendida Yamaha R6 del Team ThunderBike di Federico Caimi, reduce peraltro da un titolato trofeo. L’agitazione – già di per sé alta – cresce, considerando che maneggiare una moto con il motore e la ciclistica preparati per le competizioni, per un poco più che principiante quale sono non è certo come guidare una moto così com’è uscita dal concessionario.
PISTA, FINALMENTE – Il tempo per le perplessità, tuttavia, ha vita breve e nel giro di pochi minuti mi ritrovo sulla pit lane per il primo turno del corso avanzato a cui sono iscritto. Ancora una sorpresa: l’istruttore incaricato di seguire i mie progressi è nientemeno che Stefano “TTBonny” Bonetti, uno dei più grandi piloti italiani di sempre nelle gare in salita e su strada (è arrivato 13esimo all’ultimo Tourist Trophy dell’Isola di Man, tanto per dare un’idea del personaggio).
Presentazioni di rito e poi giù a far conoscenza con la pista e con il bolide che ho in dotazione. La mattinata si snoda in tre turni della durata di venti minuti, ciascuno dei quali segue il medesimo schema: giro di riscaldamento dietro l’istruttore, giri lanciati sia dietro che davanti all’istruttore, giro di rientro e debrief – con il disegno del tracciato alla mano – sul turno nel suo complesso, fatto di suggerimenti e consigli su come migliorare le traiettorie, trarre beneficio da una posizione di guida corretta, interpretare al meglio l’ingresso, la percorrenza e l’uscita di curva, la staccata, l’accelerazione.
Tra il primo e il secondo turno, la “mia” moto accusa un problema ai freni e dev’essere sistemata. Detto fatto: Carlo e Claudio – i due tecnici del team preposti alla sua cura – si armano degli attrezzi del mestiere e dopo pochi minuti trascorsi ad armeggiare sotto la piastra superiore dello sterzo tutto torna a posto.
I risultati arrivano in fretta: nell’ultimo turno della mattinata, senza mai forzare e rimanendo sempre abbondantemente entro i limiti delle mie capacità, il tempo del mio “passo” scende di quasi dieci secondi, in modo molto naturale, semplicemente cercando di applicare il più possibile alla lettera i consigli dell’istruttore. In meno di un’ora netta di guida mi ritrovo a essere in grado di andare più forte, con più divertimento e con maggiore sicurezza.
PROGRESSI A VISTA D’OCCHIO – I miglioramenti in termini di tempo sul giro galvanizzano un po’ tutti. Entusiasta è il neofita che gli pneumatici in pista non ce li aveva mai messi e scopre la differenza enorme che c’è tra un’andatura stradale – seppur veloce – e una guida pistaiola con la saponetta del ginocchio che curva dopo curva si consuma sull’asfalto. Soddisfatto è l’amatore più esperto, quello che in pista ci va abitualmente ma che quel secondo a giro fino a quel momento non era proprio mai riuscito a tirarlo giù.
L’istantanea di fine mattinata raffigura i box del paddock trasformati in temporary room per reidratarsi e ascoltare le analisi di fine turno degli istruttori sono un concentrato di adrenalina, stanchezza ed euforia.
La pausa è breve e scorre rapida, giusto il tempo di assumere quel migliaio di calorie bruciate in sella e poi è di nuovo pista. Il primo turno del pomeriggio, come ci confermano i fotografi del circuito che per tutta la giornata più di tutti hanno il polso delle “forze in campo”, è di solito un po’ sottotono, mentre il successivo è l’acme della giornata, quello che normalmente permette di spuntare il miglior tempo assoluto. Sarà così per molti, mentre chi scrive è tra quelli che, appagati dai progressi del mattino ed evidentemente non in possesso di una forma fisica adeguata, preferiscono mettere da parte il cronometro e provare invece a concentrarsi sugli interventi al proprio stile senza rischiare che la fatica giochi qualche brutto scherzo.
Per certi versi è un peccato, anche perché nelle ore centrali del pomeriggio il sole ha smesso di essere a picco regalando una temperatura esterna pressoché perfetta e di conseguenza un po’ più di sollievo sotto ai caschi e alle pesanti tute in pelle.
Il corso si avvia alla conclusione e non resta che tornare nel paddock e ricevere la pagella finale e il prestigioso attestato di partecipazione.
Per chi non ha perso la voglia e forza di dare gas ci sono ancora due turni di prove libere. Per tutti gli altri, la giornata termina qui, con una bella riserva di adrenalina e la voglia di mettere in pratica al più presto gli insegnamenti ricevuti.
September 28th, 2010
Approfondimenti:
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